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La storia dell’emigrazione in Italia ed Europa nella seconda metà del Novecento

La storia dell’emigrazione in Italia ed Europa nella seconda metà del Novecento

Italienische Gastarbeiter (Bergleute) in Walsum (Lavoratore italiano (minatore) a Walsum).
Crediti: Bundesarchiv, B 145 Bild-F013069-0004 / Wegmann, Ludwig / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, Collegamento

Abstract

Nel corso della Summer school 2024 dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, tenutasi a Trieste dal 28 al 30 agosto, Sara Zanisi ha intervistato Paolo Barcella, docente di storia contemporanea presso l’Università di Bergamo. Dal loro dialogo sono scaturite diverse riflessioni sull’emigrazione italiana del secondo dopoguerra, assai diversa da quella del primo, con particolare attenzione allo scenario svizzero.

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During the 2024 Summer School of the Istituto nazionale Ferruccio Parri, held in Trieste from 28 to 30 August, Sara Zanisi interviewed Paolo Barcella, professor of contemporary history at the University of Bergamo. Their dialogue gave rise to various reflections on Italian emigration after the Second World War, which was very different from that of the First, with a particular focus on the Swiss scenario.

Iniziamo con il ricostruire l’immigrazione nel Novecento in Europa, in particolare dopo il 1945: qual è il contesto storico? Quali sono gli accordi che regolano questa immigrazione? Come cambiano questi accordi nel tempo e cosa comportano nelle relazioni tra i diversi Paesi? Tutto questo con uno sguardo attento alle soggettività e alle vite di uomini, donne, ma anche bambini e bambine che si spostano per ragioni economiche.

Se guardiamo soprattutto al caso italiano, nel secondo dopoguerra si assiste a una rapidissima ripresa dei flussi migratori che avevano già caratterizzato il nostro Paese a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. In quei decenni, l’Italia era stata il principale Paese della migrazione internazionale: dalla Penisola, infatti, partivano milioni di persone dirette in larga parte oltreoceano. In particolare, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, costoro raggiunsero praticamente tutti i paesi del mondo (ma specialmente il continente americano), contribuendo in modo significativo a sviluppi culturali, sociali, economici, politici. Un chiaro esempio ne sono la rilevanza e il peso che hanno avuto le comunità italiane in Argentina, in Brasile, negli Stati Uniti, e l’influenza che queste comunità hanno esercitato anche sulla produzione culturale, letteraria e musicale, oltre che sulle dinamiche politiche di questi paesi. Nel corso del ventennio fascista questi flussi subirono un rallentamento importante, salvo però riprendere in maniera decisa dopo la Seconda guerra mondiale.

Le tipologie di quelle migrazioni erano essenzialmente due: migrazioni interne e migrazioni internazionali. Infatti, è importante ricordare che sono migrazioni non soltanto quelle che portano all’attraversamento di confini statali. Nello scenario del secondo dopoguerra, per altro, furono proprio le migrazioni interne a conoscere un grande incremento. Esse favorirono lo spostamento di individui e gruppi dalle zone periferiche del nostro Paese – quindi dalle campagne, dalle montagne, ecc. – verso i centri, dentro una dinamica che portava sempre più persone a muoversi progressivamente verso i piccoli centri, poi verso i centri principali e infine verso le metropoli; con una prevalenza per la direzione sud verso nord.

In questo contesto si inquadrano anche le migrazioni internazionali che, dopo la Seconda Guerra, puntavano ad alcuni paesi in particolare: se la grande immigrazione ottocentesca e primo novecentesca è stata una migrazione soprattutto americana, sia del Nord che del Sud, quella del Secondo dopoguerra fu una migrazione diretta soprattutto verso l’Europa centrale e settentrionale, con una prevalenza per la Francia, il Belgio, la Germania, la Svizzera, l’Inghilterra.

È particolarmente importante sottolineare che questa migrazione maturò all’interno del quadro complessivo degli accordi stipulati tra le Nazioni. Di fatto, quella del secondo dopoguerra può essere definita la stagione degli accordi bilaterali. I paesi dell’Europa meridionale, infatti, firmavano accordi bilaterali in qualità di paesi esportatori di manodopera, mentre i paesi dell’Europa centrale e settentrionale li firmavano in qualità di paesi importatori di manodopera. La migrazione, in quella fase, veniva considerata forza lavoro mobile che i paesi europei ritenevano utile scambiarsi.

È molto interessante analizzare come siano maturati questi accordi, come i paesi abbiano definito le macchine organizzative, scelto gli apparati statali e gli enti a cui assegnare l’obiettivo primario di seguire e organizzare la migrazione, dalla partenza all’arrivo. Ciascun paese, peraltro, seguiva delle logiche che in qualche misura riflettevano le culture politiche che gli appartenevano, compresa l’idea stessa che questi paesi avevano della migrazione, del suo senso e del modo in cui eventualmente si sarebbero potute risolvere le problematiche a essa connesse. Dove c’è l’immigrazione di massa, infatti, si sviluppano (e si sono sempre sviluppate) tensioni di qualche natura. La vera sfida, per la politica, sta nella gestione di quelle tensioni.

Gli accordi bilaterali definirono dunque quali entità dovessero amministrare i flussi e i migranti. Per l’Italia, ad esempio, il Ministero del Lavoro si occupò della migrazione interna, quindi della gestione dei migranti dalla partenza al confine; da lì in avanti subentrava il Ministero degli Affari esteri. Gli altri paesi, a loro volta, selezionavano i loro ministeri, i loro enti incaricati, riflettendo de facto la loro cultura politica. Il fatto di selezionare, nella gestione dei flussi migratori, gli uffici di polizia, il ministero degli Interni o il ministero dell’Economia è indicativo di una prospettiva di controllo o di gestione del lavoro, di una concezione securitaria o più indirizzata verso gli equilibri dell’occupazione.

Con uno sguardo più ampio, si può affermare che capire gli accordi bilaterali del secondo dopoguerra significa anche e soprattutto guardare ai dibattiti tra le forze politiche e comprendere come esse pensavano le migrazioni (e quindi anche a come certe posizioni siano prevalse su altre). In Italia, ad esempio, la Democrazia cristiana era favorevole all’emigrazione, perché poteva ridurre la pressione sociale nelle zone con alti tassi di disoccupazione; il Partito comunista invece, puntando alla piena occupazione, valutava in modo critico il fenomeno migratorio, pensando che occorresse trovare una soluzione “in casa” al problema della mancanza di lavoro.

Gli accordi bilaterali raccontano inoltre molto sui rapporti di forza tra i paesi europei, da cui derivavano anche dinamiche più vantaggiose o meno vantaggiose per la forza lavoro in movimento. Ci si potrebbe dunque chiedere fin dove un Paese come l’Italia, a quel tempo, sia riuscito a tutelare la sua forza lavoro diretta all’estero. La risposta è che questa capacità di tutela mutò per l’Italia nel corso del tempo. I primi accordi bilaterali vennero infatti firmati nel 1946. Tra Italia e Svizzera se ne stipularono due: il primo nel 1948 e il secondo nel 1964. Si tratta dunque di una stagione lunga in cui cambiarono molte cose, anche dal punto di vista delle condizioni dei lavoratori.

In sintesi, esaminare il periodo degli accordi bilaterali vuol dire esaminare il tentativo di organizzare la migrazione, di governarla, di seguirla in maniera capillare e analitica, dalle origini fino alla fabbrica e alla casa.

Questo si evince dai meccanismi che regolavano il reclutamento della forza lavoro, dai soggetti che se ne occupavano e dai criteri con i quali lo fecero. La Germania, ad esempio, prevedeva dei test presso le Grandi Stazioni di partenza italiane, come Verona o Napoli, dove si verificava, per esempio, che i lavoratori sapessero usare il goniometro, il calibro gli strumenti necessari per andare a lavorare all’estero. I Tedeschi inoltre prevedevano già in quale fabbrica i lavoratori sarebbero andati, dove sarebbero stati accolti, quale sarebbe stata la loro abitazione. A questa storia di efficienza fa però da contraltare anche una storia di elusione di regole. La clandestinità era un fenomeno estremamente diffuso, soprattutto in Svizzera, dove il tasso di irregolarità all’ingresso era altissimo, ma poteva essere sanato attraverso dei meccanismi attivati quando gli imprenditori che assumevano lavoratori irregolarmente ritenevano opportuno farlo. Ovvero, l’articolo quattro degli accordi bilaterali firmati nel 1948 introduceva, in sostanza, un meccanismo di sanatoria individuale permanente: se un datore di lavoro intendeva sistemare la posizione di un lavoratore irregolare non doveva fare altro che recarsi all’Ufficio di polizia e rilasciare una dichiarazione formale di assunzione.

Come già detto, inoltre, dentro questo quadro si individuano prospettive politiche diverse. Troviamo paesi che immaginavano la migrazione con un fenomeno temporaneo e transitorio, com’è il caso di Germana e Svizzera con i gastarbeiter (letteralmente “lavoratori ospiti”), dove si immaginava di mantenere gli stranieri nel paese pochi anni, scoraggiandoli a portare con loro le famiglie per non dare stabilità ed evitare un potenziale ostacolo a un eventuale necessità di un loro immediato allontanamento. Altri paesi, come la Francia, favorivano, al contrario, la presenza di famiglie e il radicamento sul territorio proprio grazie alla famiglia, ritenendo che in tal modo favorisse una maggiore stabilità sociale.

Proviamo a entrare più nello specifico di queste comunità che si spostano. Chi sono queste persone e cosa succede loro quando arrivano nel luogo di destinazione? Come cambiano nel tempo e che tipo di relazioni ci sono tra gli uomini o le donne che si spostano? Come funzionano le catene migratorie? Un altro tema di rilievo sono poi i ricongiungimenti e quindi come cambiano le generazioni nel tempo, portando l’attenzione anche sui più piccoli e le più piccole. Se vogliamo capire e ricostruire queste storie, come facciamo? Quali strumenti e quali fonti abbiamo? Tutto questo per altro potrebbe aiutarci a comprendere e gestire meglio oggi la composizione delle classi nelle scuole, in cui è alta la presenza di alunni e alunne che provengono da Paesi che non sono l’Italia. E a mettere in relazione le esperienze di migrazione del tempo presente con quello che è successo nel Novecento.

A proposito dei bambini e dalle bambine a scuola, mi piacerebbe partire proprio da un tema in classe scritto da un ragazzino di 13 anni nel 1984. Il soggetto è di fantasia, ovvero raccontare l’incontro con un extraterrestre descrivendo in che modo l’alunno o l’alunna è riuscito a comunicare con lui. Ebbene, questo ragazzino scrive:

Per me un extraterrestre è uno svizzero. Che incontro tutti i giorni a scuola e per strada. Io sono uno Straniero. Venuto da un altro mondo. Che è molto diverso da questo. Con idee contrarie a loro. Comunicare con lui è molto difficile. Perché non hanno il senso della ragione. Ho frequentato la loro scuola. Una cosa che mi ha molto colpito. Un rapporto non lo puoi costruire con loro, gli Svizzeri. Perché sono contrari alle idee dell’italiano. Sono volubili come il tempo. Io stesso tante volte ho fatto a botte con loro. Per insulti a me e alla patria che amo. Loro prendono in giro invece di costruire rapporti. Ma io gli ho fatto vedere chi sono gli italiani, e di che pasta sono fatti. Qui vorrebbero costruire rapporti ma solo per interesse. È un popolo che ha il cuore di pietra. E si fa valere per quei soldi che fanno gola a tutti. L’extraterrestre che io ho incontrato non vuole comunicare. Non vuole aprire rapporti con gli altri. Non vuole capire. Non perché è indietro perché non c’ha interesse. Che guadagna a parlare con noi immigrati. Nessuno. Così io stesso non li voglio neanche salutare. E mi sono fatto una compagnia di italiani che parliamo e ci scambiamo le idee. Ma con gli Svizzeri non potresti fare tutto questo. Se no sei messo da parte. Ma se dio vuole dopo l’esame io me ne torno fra i miei. Cioé in Italia tra gli italiani. Amici amiche e Compagni ben amati (Italiani) da me. Anche se loro non mi guardano neanche. Ma è sempre meglio che restare qui. Almeno lì i rapporti e le idee le posso aprire e contraccambiare. Che nessuno dice niente. Ma lo stato Svizzero apre rapporti per affari e lo stesso sono gli Svizzeri. Come dice il proverbio “tale il padre tale il figlio”. Come in questo caso. Che gli svizzeri sono extraterrestri non aperti, ma chiusi. Su mille ne troverai uno disposto a contracanpiare ma io sono stanco e divento come loro piano piano.[1]

Il testo è drammatico perché dà l’impressione che chi scrive non si senta a casa, né da una parte né dall’altra. È un esempio di scrittura scolastica, che permette di vedere e di aprire una finestra sul vissuto delle giovanissime generazioni che si trovano a confrontarsi con una società della quale intendono – già dal confronto tra i loro genitori e quelli dei compagni autoctoni – di non essere pienamente parte. Ve ne sono però molti altri in cui le emozioni sono di segno molto diverso. A volte c’è ottimismo, gioia per il fatto di vivere in un altro Paese, dove sembra che sia tutto più bello, luminoso, luccicante. La cosa che colpisce di più del tema sopra citato è, in realtà, il giudizio finale che viene dato dall’insegnante. Un giudizio assolutamente negativo in cui oltretutto viene scritto che «questo studente dimostra di avere problemi personali e di non essere in grado di superare le difficoltà che incontra». Questo sostanzialmente equivale a una segnalazione al servizio sociale, riducendo il sintomo di un evidente un problema politico e sociale a un semplice problema individuale.

In qualche modo tutti questi aspetti ci dicono qualcosa di fondamentale, soprattutto se alziamo lo sguardo dallo scritto dei bambini e osserviamo la questione scolastica più in generale, allargando lo spettro sugli italiani e sui figli degli italiani in Europa, non solo in Svizzera. Negli anni Sessanta la scolarizzazione degli italiani è stata uno dei principali temi di cui si sono occupati i paesi stranieri che accoglievano grandi masse di lavoratrici e lavoratori del nostro Paese. La scolarizzazione è infatti sempre un passaggio cruciale nelle storie migratorie, perché implica innanzitutto il radicamento delle famiglie che prima potevano avere o ambire a dei tassi di mobilità molto superiori. Con la scolarizzazione invece molte cose cambiano, rallentano; si appesantiscono i trasferimenti. Nel caso svizzero, per esempio, scolarizzare in tedesco e in francese implicava rendere più difficile lo spostamento negli anni successivi, compreso l’eventuale ritorno in Italia. In generale, la necessità di scolarizzare i figli dei migranti produce meccanismi che implicano la necessità di gestire un fenomeno che cambia aspetto rispetto agli anni precedenti. E poi l’aumento di bambini stranieri all’interno delle classi provoca tassi di conflittualità, come già spiegato. Negli anni Sessanta non a caso venivano convocati e organizzati convegni in tutta Europa, dove si incontravano i referenti e i responsabili scolastici per studiare esattamente quali strategie attuare nei confronti dei piccoli migranti, come gestirne l’integrazione, interrogandosi sull’opportunità di creare delle classi separate o sulle cause dei ritardi scolastici che riguardano Italiani, Spagnoli, Portoghesi, Turchi rispetto agli Svizzeri, ai Tedeschi e ai Francesi.

Negli anni Sessanta e Settanta, di tutto questo si dibatteva moltissimo e, ancora una volta, il modo in cui le politiche scolastiche per la migrazione venivano gestite è profondamente legato al modo in cui si concepiva la migrazione più in generale all’interno dei singoli Paesi. Ed è palese come proprio la presenza di stranieri, e di bambini stranieri, nelle scuole sia stato spesso uno dei fattori che ha contribuito ad accelerare, o comunque favorire, lo sviluppo di organizzazioni xenofobe nei Paesi di accoglienza.

Ancora una volta faccio un esempio relativo alla Svizzera, che è la realtà che conosco meglio e che ho studiato di più. Nell’ottica dell’economia nazionale di un Paese che imposta la sua politica migratoria sui lavoratori ospiti, quindi sull’accoglienza di forze produttive tra i 20 e i 40 anni, i bambini rappresentavano l’esatto opposto di quel che si desiderava. Accettare le famiglie dei lavoratori implicava accettare anche forze improduttive, persone che oltretutto si ammalano, hanno bisogno di assistenza domestica, costringendo qualcuno che normalmente lavora a non farlo, o a imparare a districarsi in questa complessa dinamica lavoro-gestione famigliare. Nel caso svizzero, per l’appunto, esiste tutto il tema dei bambini nascosti, ovvero presenti irregolarmente nel paese, che per altro ha generato diversi stereotipi. Le madri italiane, ad esempio, erano giudicate da molti donne eticamente discutibili rispetto a quelle svizzere, perché lasciavano i bambini da soli a casa per andare a lavorare.

Questa dimensione permette di riflettere su tante questioni non solo sul passato, ma anche sul fenomeno nei tempi recenti.

Prendendo spunto proprio dal tema delle madri, è inevitabile interrogarsi sulle donne. Cosa succede quando solo loro a emigrare? E quando questo comincia in modo più massivo? Parlando di manodopera femminile, inoltre, quali sono le fonti per studiare questo tipo di fenomeno?

L’immaginario secondo cui a emigrare sono gli uomini, che si fanno poi raggiungere dalle donne per il ricongiungimento familiare, è già stato ampiamente decostruito, tanto più che si tratta di un’inesattezza storica. Nei flussi migratori la componente femminile autonoma è molto rilevante e talvolta pari a quella maschile.

I motivi per cui si possono ritrovare o meno componenti rilevanti di donne all’interno dei flussi migratori può dipendere da diversi fattori, a partire dai contesti socio-economici. Anche i caratteri culturali dei paesi coinvolti aiutano a comprendere le dinamiche dei flussi e la composizione delle comunità migranti. Se si osservano le comunità migranti attraverso le variabili di genere, si può notare che alcune hanno percentuali altissime di donne, altre altissime di uomini, altre ancora sono sostanzialmente paritarie.

Ci sono comunità in cui si riscontra una maggiore abitudine delle donne al lavoro in determinati settori extradomestici, già nel luogo d’origine. Questo favorisce la mobilità e la maggiore disponibilità a emigrare da parte delle donne, a cui si associa anche un maggiore tasso di emancipazione. Un esempio lampante riguarda le donne dell’Europa orientale negli anni Novanta.

C’è poi un’altra questione che riguarda i settori di impiego. Ci sono donne che vengono reclutate in alcuni settori piuttosto che in altri. Lo si può storicamente verificare in tanti contesti migratori, anche italiani. Nell’Europa del secondo dopoguerra la manodopera femminile è spesso impiegata nel tessile perché le donne nel pedemontano erano abituate a lavorare in quel settore.

La questione femminile è però interessante perché ci permette di ragionare anche sulla questione più generale della dimensione familiare e del modo in cui si sviluppano tutte le dinamiche legate anche alla gestione dei figli in emigrazione, a cui si accennava prima.

Infine, oltre che un prodotto dell’emancipazione, la migrazione femminile è anche un motore che la favorisce. A tal proposito, cito un altro scritto di una ragazzina, stavolta di 14 anni:

Da quando sono venuta in questa città, Zurigo, mi sento un’altra, non sono più la solita ragazzina che porta i vestiti sulle ginocchia. Anche se so di essere una ragazzina ancora, mi considero ormai una ragazza adulta. Voi forse vi chiederete, cosa c’entra questo con un’esperienza di emigrazione? Bene, per me questa città, Zurigo, è come una persona perché mi ha fatto cambiare idea sulla vita. Prima credevo che fosse una cosa inutile che portasse solo dispiaceri, ma quando ho visto questa gente ho cambiato idea. Sembrano sempre allegri e soprattutto non si impicciano mai dagli affari degli altri. E anche se vedono una ragazzina con la minigonna, non la criticano e non la guardano come se fosse una ragazza di strada.

Espressioni di questo tipo si trovano spesso negli scritti di donne. Per quanto a volte convivano con sensazioni negative dovute a problemi rilevanti, esse rappresentano comunque una dimensione interessante per la prospettiva femminile sulle e delle migrazioni.


Note:

[1] Recuperato da Paolo Barcella qualche anno fa presso l’archivio della scuola Dante Alighieri di Winterthur. In anni più recenti l’autore ne ha trovati molti altri presso la scuola Enrico Fermi di Zurigo. A partire da questi fondi ha pubblicato di recente il volume: Scolari ospiti. Italiani a scuola in Svizzera, Biblion, Milano, 2024.